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La Storia

Aci Antico


Gli Inizi
In tempi sconosciuti, oscuri e favolosi (fra il V ed il II millennio a. C.) diversi popoli, forse venuti dal mare (figli di Nettuno) si stabilirono in Sicilia. Ai piedi dell'Etna, là dove il Vulcano dolcemente degrada fra balze e valli, nell'azzurro del mar Jonio, si stanziarono quelli che i Micenei chiameranno Ciclopi. Si nutrivano di ciò che la natura generosa del luogo offriva:
l'orzo, il frumento e la giocosa vite che per loro maturava la pioggia celeste di Zeus (...) Non avevano assemblee nè sapevano di leggi, ma vivevano in alte cime di colli e in antri fondi. Di essi il più famoso era Polifemo (di molta fama). Il divin Polifemo che Toosa partorì al nume (...) Di enorme grandezza che solo e da tutti lontano pasceva le greggi (...) rupe boscosa che solitaria dai monti alti si stagli. Sconoscevano, i Ciclopi, ogni forma di organizzazione basata sullo Stato ed erano tenuti insieme da legami di parentela, di sesso, di età. Mangiatori di uomini e inospitali, selvaggi e protervi ci verranno descritti da Omero. Altri autori invece ce li hanno tramandati come fabbri, pastori e abili costruttori, musici, ballerini, primordiali poeti nonchè vegetariani. Sicuramente, all'arrivo di Ulisse di ritorno da Troia (1230 a. C.), erano dediti alla pastorizia. L'antro del Ciclope apparve agli Achei ben organizzato: graticci pesanti di caci; capretti ed agnelli stipati nei chiusi, e vasi ben fatti, ricolmi di latte e secchie e catini dove mungeva... In quella fase primordiale dell'umanità, in una società precerealicola e preagraria dove l'acqua non era, ancora, l'elemento fertilizzante per eccellenza, anche i Ciclopi avevano rispetto del luogo sacro agli indigeni del posto: un bosco sacro dagli alberi enormi e maestosi quali neppure il Simoenta ammira sulle rupi dell'Ida, quali sulle ricche sponde non lambisce l'Oronte nutritore del bosco di Apollo. Un bosco, sacro a Giove (lucus Jovis) faceva, infatti, da corona a questi luoghi: Lucus erat prope flavum Acin... Colà pose il cruento scudo, dopo la pugna, Giove e l'acquistata preda si dice vi portasse (...) Lo stesso che Galatea preferiva al mare: candida praefert saepe mari pulchroque secat Galatea natatu…Sacro e inaccessibile tanto che non v' ha Ciclope ivi che ardisca di pascere la gregge. Profanato da Cerere la quale, pur di illuminarsi il cammino nel suo peregrinare notturno alla ricerca della figlia Proserpina, ivi strappò e bruciò due cipressi, sacri a Giove, che innalzavano cime inviolate, causando atroce dolore al Fauno e alla Driade del bosco. Oltre le colline di Trezza, dentro la valle di Reitana, alla dea del latte si prostravano e offrivano doni i primi abitanti e pastori di questo territorio. Luoghi incantevoli che l'isola Lachea e gli scogli Icarii rendevano pieni di fascino e mistero. L' incantevole posto, dalla strabiliante bellezza e dal clima temperato e mite, nulla lesinava ai suoi abitanti: terreni argillosi adatti ai pascoli solcati da una moltitudine di torrentelli; un lago e sorgenti di fresca acqua corrente - la bevanda divina che per me fa scendere dalla candida neve l'Etna selvoso - il bosco, il mare ed un porto naturale ed ancora selvaggina e ricchi raccolti per tutte le stagioni; i rami degli alberi qui si inarcavano per l'abbondanza dei loro frutti. Tutto questo ospitava la vita di quel fiero popolo. In questi luoghi ombrosi e freschi, ristorati da dolci acque, il garrire degli uccelli spezzava il silenzio delle valli: la natura faceva sentire le proprie voci. I lunghi e accattivanti ozi del pascolo invitavano naturalmente al canto i pastori del luogo i quali con la loro voce provarono ad imitarne i suoni, i ritmi, le pause, le vibrazioni per poi inserirvi le parole adattandone la lunghezza a quegli spazi armoniosamente suddivisi. Improvvisarono così i nostri antenati i primi rustici canti intonati facendo balbettare la neonata poesia pastorale. Qui, infatti, pascolò i suoi armenti colui al quale fu attribuita l'invenzione della poesia pastorale, Dafni, il primo fra i bucolici: L'uomo caro alle Muse, amato anche dalle Ninfe il quale, attraverso il canto poetico, insegnò ai Siciliani pure l'arte dell'agricoltura. Dafni (Da - fonè) ossia: "la voce della terra" diede al suo popolo la sterzata culturale facendolo progredire socialmente, culturalmente, spiritualmente. Lo traghettò dalla fase pastorale a quella agricola. Dafni, per la tua morte piansero persino i leoni africani, ne parlano persino gli impervi monti e le selve. Dafni insegnò a sottoporre al cocchio le tigri armene, e ancora insegnò a introdurre i tiasi di Bacco e a intrecciare i flessibili tirsi di molle fogliame. La comunità pastorale acese già si avviò così verso forme più progredite di vita lasciando tracce indelebili di pastori - poeti e cantori: Dafni, Tirsi, Dameta, Menalca; personaggi che Teocrito e Virgilio resero immortali: Etna, madre mia, anch'io abito una bella grotta nelle cave rocce, e di pecore e capre ne ho molte, quante ne appaiono in sogno. Dolce è la tua bocca, o Dafni, e soave la tua voce. É meglio sentir cantare te che leccare miele. Soprattutto di una sorgente di acque sulfuree si arricchisce, ancor oggi, questa terra. Fu attorno a questa sorgente, le cui acque, al contatto dell'aria, diventano, tutt'ora, gorgoglianti, schiumose e lattee, che nacque la spiritualità dei nostri più famosi predecessori. Animisticamente i Ciclopi immaginarono che, all'interno della stessa, abitasse Galatea. Era il "totem geomorfico" che li accomunava. E fu proprio questa sorgente sulfurea, in cui i Siculi facevano annui sacrifici in onore di Dafni, e che i Greci, conoscendone le proprietà curative, denominarono Akis, (la guarigione) ad essere destinata a dare il nome a questa bellissima fetta di suolo siciliano.
I Siculi
Il Neolitico portò con se organizzazione sociale e crescita spirituale ed artistica. Capanne e villaggi si sostituirono alle grotte sparse lungo i litorali marini, a ridosso dei ruscelli o là dove lo scorrimento lavico le aveva posizionate. I Ciclopi non abitarono più le grotte, ma si organizzarono e diedero vita a villaggi, leggi e re da rispettare e alle dee preferirono gli dei. Quel popolo di pastori divenne, pian piano, un popolo di irrigatori (Sik). Un filo di consanguineità, infatti, legò i Ciclopi con Sikani e Sikuli: tradizione vuole che Briareo, uno dei Ciclopi ebbe per figli Sicano ed Etna. Il primo dette il nome al popolo, l'altro al Vulcano. E Siculus sta a Sicanus come Romulus a Romanus. Quasi niente si conserva come testimonianza archeologica del loro tempo. Era abitudine di questa gente scavare la pietra e seppellirvi dentro i propri defunti. Non trovando, però, in luogo, pietra morbida fu costretto a cambiare costume, scavando le tombe dei propri morti nel terreno. Le colate laviche, i terremoti, ed i continui dissodamenti dei terreni del posto adibiti da sempre all'agricoltura hanno cancellato, perciò, quasi ogni traccia materiale del loro passaggio. Ma di questi antichi progenitori conserviamo ancora tanto a livello comportamentale: basti pensare alla festa dei morti che ci proviene dal sacro culto che i Siculi avevano per i cari scomparsi. Anche una grande esigenza di giustizia e verità sono eredità che ci giungono da questi lontani parenti. Questo popolo che non era bellicoso, ma pacifico e dedito all'agricoltura, non ammetteva la schiavitù, aveva un sacro rispetto per la verità e puniva gli spergiuri con l'accecamento. Determinate espressioni verbali ancora ci riportano ai loro lontani costumi e riti. A volte, per esempio, se deve fare giuramento di verità, la gente del luogo dice ancora: "ppi quantu vogghiu beni a vista di l'occhi" oppure: "avissi annurbari"; ricollegandosi senza saperlo al mito ed al culto di Dafni. La civiltà dei Siculi fu molto influenzata dagli scambi commerciali con l'area dell'Egeo situata ad un giorno di navigazione dalla Sicilia e crebbe rapidamente. Già fin dal V millennio a.C. vi erano stati contatti con l'area orientale dell'Europa, ma fu soprattutto intorno al secondo millennio, in concomitanza con la forte e massiccia espansione della civiltà egeo - micenea, che si verificherà quel travaso culturale che segnerà il futuro civile e sociale dei Siciliani e della gente di Aci. A questo tentativo di conquista commerciale allude l'episodio omerico riguardante il nostro territorio. "L'incontro" con i Ciclopi evidentemente non fu ai Greci fra i più graditi; tutto fa pensare ad una loro fuga precipitosa da quella che stigmatizzeranno come inospitale terra di mostri feroci e antropofagi.
I Greci
I Greci si stanziarono sul Mediterraneo come rane intorno ad una palude, scrisse Platone. In origine erano solo piccoli gruppi di povera gente messa al bando nel proprio paese di provenienza e in cerca di terre da coltivare. In Sicilia furono accolti pacificamente dagli indigeni. Fino a quando potè vivere di pesca e di agricoltura, di danze rurali e di riti patriarcali, l'indigeno concesse a tutti amicizia, e condivise i suoi ripari, le sue capanne circolari, l'acqua delle sue sorgenti (...) Il suo spirito leale e primitivo più tardi fu ancora pago di dare spazio vitale e solidarietà spirituale ai fuggiaschi di Creta e dell'Eubea e sebbene egli non ignorasse il valore dei metalli e i mezzi della difesa e dell'offesa fin dal IV millennio, preferì gareggiare nei festini con gli ospiti delle diverse nazionalità, abbeverandosi di miti e di leggende piuttosto che di sangue. Ma in seguito, dopo ben quattro secoli di pacifica convivenza, man mano che il numero di questi emigranti aumentava, i rapporti con i locali divennero sempre più tesi. La maggioranza dei Siculi dovette lasciare le coste orientali della Sicilia dando spazio alla vera occupazione ellenica che travolse i locali dei e relativi seguaci. Non furono più solo gli elementi sparsi sul territorio ad essere venerati e rispettati, ma dei che abitavano i cieli. Nella terra di Aci gli dei locali furono, col tempo, leggermente diversificati o riadattati. Non eliminati, nè la gente ad essi legata resa schiava poichè, come detto, fra i due popoli, inizialmente, vi fu pacifica convivenza. I totem acesi pian piano si diversificarono come la nostra stessa civiltà che subì un trapasso, una miscelazione, ma non scomparve. Questa trasformazione della religiosità da terrestre a celeste, ovvero la sottomissione delle divinità locali, si legge nel mito dei giganti. Essi che volevano scalare l'Olimpo degli dei furono sconfitti e riversati sul bosco di Aci da Zeus dove ogni albero avrebbe mostrato come monito i resti di ognuno di loro: Qui pendono dai fitti rami le prodigiosa cuoia dei Giganti e inumane s'ergono, ancora, le forme affisse ai tronchi... In chiave simbolica questo mito rappresentò il conflitto cosmico fra una religiosità primordiale e quella rappresentata da un nuovo ordine religioso, sociale ed economico imposto da nuovi padroni e da nuovi dei. In Sicilia templi greci ancora più imponenti di quelli edificati in madrepatria, si ersero a simbolo di una superiorità culturale e religiosa diventando monito per le popolazioni sottomesse. I culti siculi, però, si protrassero nel tempo anche se poeti e storici greci o sicelioti tentarono in seguito la loro diversificazione cercando di assorbirli quasi del tutto dentro il loro patrimonio religioso, culturale e mitologico. Non possiamo quindi escludere in Aci una gamma di dei greci legati alla pastorizia (Pan); alla pesca (Poseidone); all'agricoltura (Demetra); alla viticoltura (Dionisio e Icario); alla bellezza (Acidalia o Afrodite) che si miscelavano vicino ai sempre vivi dei ed eroi locali: Thalìa, Kore, Dafni, Galatea, Polifemo. I Greci, come detto, conoscendo le proprietà curative delle acque sulfuree, rinominarono la nostra sorgente, Akis e attorno alla stessa innalzarono un tempio ad Afrofite o Acidalia dea della bellezza. Ma, per mettere in atto il loro sincretismo socio - religioso, questi nostri colonizzatori, poichè resisteva fra i locali il ricordo ben radicato del culto di Polifemo per Galatea, o la venerazione per Dafni, diversificarono, nel tempo, i culti indigeni assorbendoli nel loro contesto culturale. Dafni fu fatto morire suicida dai poeti greci e sostituito con Pane, mentre Galatea venne leggermente diversificata: sfruttando l'assonanza con la Nereide del loro repertorio mitico, e cioè Galateia, la ninfa figlia di Nereo e Doride, la posizionarono in una sorgente attigua alla sulfurea. Akis, dunque, si nominò la sorgente sulfurea al tempo dei Greci e Galateia l'attigua. Poichè le acque delle due sorgenti riversandosi sul terreno circonvicino miscelavano le loro acque, fra la gente del luogo si iniziò a poetare dell'idillio amorosa fra Akis e Galateia, argomento che assumerà con l'arrivo dei Romani, una grande risonanza poetica . Il territorio di Aci, fertilissimo e adatto all'agricoltura ed alla pastorizia, non ospitò mai una polis greca (anche per la stretta vicinanza con Catania). Nessun geografo greco ha mai parlato di una città nominata Akis. Esso da sempre era stato luogo di culto e sfruttato per le grandi risorse naturali che forniva. La presenza del bosco garantiva legna, catrame, carbone che si andavano ad aggiungere alle già citate ricchezze territoriali. Solo case e insediamenti sparsi, dunque, attorno alle sorgenti e lungo la linea delle acque che pullulavano nella naturale conca argillosa di Reitana. Anche perchè era abitudine dei colonizzatori greci di dividersi in modo equo il territorio circostante la polis, in questo caso, Catania. A ciascuno veniva dato in proprietà un appezzamento di terreno vicino alla città fondata ed un altro più distante. Il possesso del territorio, così suddiviso, alimentava e incoraggiava la difesa dello stesso da parte dei coloni. L'arricchimento e la crescita del potere da parte di alcuni, l'asservimento della popolazione indigena, l'importazione degli schiavi, in seguito, favorì, come di consueto accade, lo sfruttamento dei più poveri che, qui in Aci, furono molto probabilmente utilizzati per quelli che erano i lavori più faticosi, al servizio del più ricco. Niente di strano che il popolo acese sia stato, nel periodo di colonizzazione greca, sottomesso ai lavori più umili e quindi servo, ma mai schiavo nel senso in cui questo termine sarebbe stato inteso in seguito dai Romani. Le condizioni di vita degli schiavi dei Greci erano diverse a secondo delle mansioni a cui erano adibiti. Sicuramente, però, erano trattati umanamente dai loro padroni. Nelle campagne erano poco impiegati; soprattutto perché i piccoli proprietari non erano abbastanza ricchi per mantenerli. E comunque, da coloro che potevano permetterseli, servi e salariati venivano assegnati ai lavori più pesanti come arare o far muovere le macine dei mulini all'interno delle fattorie dei coloni. I terreni acesi infatti furono divisi in piccole e medie proprietà soprattutto a coloro che li coltivavano direttamente. La terra sfruttata intensivamente. Il podere assunse quasi un aspetto di orto: olivi e viti nei terreni sassosi, spesso terrazzati; mentre dove c'era più ricchezza di acqua, legumi (ceci, fave, lenticche, lupini) e ortaggi (cavoli, cipolle, finocchi). Sui terreni argillosi il grano luccicava. Non mancava naturalmente l'allevamento del bestiame: ovini da cui ricavare latte e formaggi e lana e buoi, asini e cavalli da cui trarre soprattutto aiuto per il lavoro dei campi. Il pesce era il cibo più diffuso. L'attività del contadino proprietario rappresentava per i Greci un ideale di vita poiché la coltivazione della terra lo rendeva indipendente dal bisogno economico. Ed allora l'interno di ogni fattoria, posizionata sempre vicino ad un corso d'acqua, era attrezzatissimo: stalle, fienili, frantoio, officina. Il colono si costruiva con le sue mani, il forno per il pane, il molino per l'olio, la macina per cereali, la trebbiatrice. Il tutto sembra essere stato ciò che ancora oggi siamo o che ancora forse ricordiamo del nostro più recente passato. La fattoria chiusa all'esterno, quasi fortificata, si sviluppava sullo stesso piano; all'interno, le sue stanze attorno al cortile, avevano tetti a terrazza per raccogliere l'acqua da incanalare dentro la cisterna. Vivevano bene in Aci i Greci che col tempo si fusero con la popolazione locale. La grecità in Sicilia non si è mai estinta. Il grande senso di appartenenza alla gente siceliota, una coscienza nazionale già ben radicata sarebbero sopravvissuti a tutte le forme di sottomissione a cui questa nazione sarebbe stata assoggettata. L'identità di un popolo schiavo prima o poi si sgretola. Così non è stato per quello siciliano, prono e mai domo che con la sua lingua, la sua tradizione e la letteratura, ritrova sempre con ammirevole tenacia la sua identità. Di ciò avevano iniziato a farne le spese gli Elleni: la schiacciante vittoria che Siracusa aveva riportato sulla grande spedizione imperialista di Atene guidata da Alcibiade era stata una ribadita affermazione della volontà unitaria di questo popolo, che non aveva inteso sottostare a quel pesante tentativo di sopraffazione, preceduto da un'intesa culturale effimera di quattro secoli!. I 40.000 uomini e le 160 navi da guerra ateniesi, che nel 415 avevano cinto d'assedio Siracusa e quasi conquistata, avevano dovuto fare i conti con le migliaia di Imeresi, Selinuntini, Gelòti, Sicani, e Siculi che da tutte le parti della Sicilia erano accorsi in aiuto dei "fratelli" siracusani. Una catastrofe per gli Ateniesi che qui in Sicilia videro l'inizio della fine del loro "impero". I seguaci di Pericle della democratica Atene agli interessi culturali avevano anteposto quelli economici stravolgendo le finalità della stessa democrazia: La libertà non può essere imposta con le guerre, si fa strada da sola conquistando le coscienze degli uomini. Spesso però il lusso e il benessere, figli della civiltà, uccidono la loro madre. Fu così anche per i Sicelioti, demotivati e sazi, logorati da lotte intestine e da tiranni, sfiancati da secoli di guerre contro Cartagine, arrivò il cambio di guardia. Per i Romani nel 264 a.C. non fu difficile occupare l'Isola sconfiggendo sia i Sicelioti ad Oriente che i Cartaginesi ad Occidente in contrasto fra loro (...)
Filippo Pulvirenti

Tratto da: Aci, S. Filippo: un secolo di immagini, l'immagine nei secoli

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